UNA FAMIGLIA BIGOTTA E SESSISTA…

CARE AMICHE E CARI AMICI, ABBIAMO BISOGNO DI AIUTARE UNA RAGAZZA IN DIFFICOLTÀ. QUESTA È LA SUA STORIA:

“Vi chiederei per prima cosa di restare anonima, in quanto mi vergogno profondamente di quello che vi racconterò.

Ho 30 anni e da 22 subisco violenza fisica e psicologica da parte della mia famiglia.

Se qualcuno pensa, per quale motivo non me ne sono andata di casa alla maggiore età, lo pregherei di leggere attentamente la mia storia.

La mia famiglia, è la classica famiglia bigotta, razzista, sessista, omofoba e ignorante.

Famiglie così ce ne sono tante purtroppo.

Fin da quando ero piccola, subisco violenza verbale e fisica in quanto ” essendo femmina”, mi obbligano alle faccende di casa.

Non ho scelte: o pulisco o vengo insultata e picchiata.

Mi ricordo quando avevo all’incirca 8 anni e stavo facendo i compiti, quando arrivò mia sorella e con un insulto e uno schiaffo, mi strappò il quaderno da sotto il naso e mi obbligò a pulire.

Ai miei fratelli, tutto questo non veniva fatto. Loro potevano tranquillamente sporcare, non fare la spesa, non buttare la spazzatura, uscire con gli amici e fare quello che volevano.

La mia infanzia e adolescenza l’ho passata in casa a pulire. Mi vietavano anche di studiare “perché perdi solo tempo e poi non sei capace a fare niente” dicevano.

Uno dei motivi per il quale a scuola non sono mai stata tanto brava, ero per questo: perché non mi facevano mai fare i miei doveri da studentessa.

Già a 10 anni soffrivo d’ansia e depressione.

Mi ricordo, quando ad una mia compagna di classe molto brava chiesi: “Ma come fai ad essere così intelligente se devi anche pulire casa?”. Lei sgranò gli occhi e disse: “Come pulire casa? Io ho solo 9 anni, quelle cose le fanno i miei genitori”.

Nella mia testa, era diventato automatico questo pensiero, ovvero, di come potesse conciliare le due cose.

Uno dei momenti peggiori della mia vita (e che in realtà doveva essere uno dei più importanti per una donna), fu il mio primo ciclo mestruale.

Ovviamente, non sapevo assolutamente cosa stesse capitando al mio corpo. Mi sono ritrovata queste macchie rosse nell’intimo e con una profonda confusione in testa.

Chiesi a mia madre, con voce tremante e lacrime cosa mi stesse capitando. Lei mi sorrise e mi disse: “Sei diventata signorina!”

Ma il trauma più grande fu la frase seguente: “Ora dovrò farti uscire molto di meno”.

Già io non uscivo affatto, in più questa frase, mi fece pensare che questa trasformazione era qualcosa di grave e che nessuno dovesse esserne al corrente.

Fino a 12 anni, ho fatto una vita da reclusa. Non mi portavano mai fuori e il mio tragitto quotidiano era CASA-SCUOLA/ SCUOLA-CASA.

Non ricevevo mai soddisfazioni, approvazione dalla mia famiglia. Se a scuola prendevo un bel voto, la risposta era: ” Per forza, con tutto il tempo che perdi a studiare, è il minimo!”. Se prendevo un brutto voto invece era: ” Beh, con tutto il tempo che perdi a studiare, fai pure così schifo?”

Non si soffermavano mai, su quanto mi ferissero quelle parole e del danno che mi stavano procurando: bassa autostima, incapacità a credere in me stessa, incapacità a crescere.

Sulle cose in cui non sono mai stata brava, punzecchiavano con gusto e cattiveria. Quasi come se fosse un piacere per loro vedermi star male. Per esempio la matematica. Mi hanno sempre trattato da stupida, perché non la capivo e non mi hanno mai rafforzato per rendermi più sicura di me.

Altri episodi che mi hanno lasciato ferite indelebili, sono le percosse. C’è stato un periodo che ne prendevo tutti i giorni “solo” perché volevo prima studiare e poi aiutare mia madre in casa.

Un altro episodio che non scorderò mai, è stato un tentativo di stupro da un uomo di 50 anni, quando io avevo solo 19 anni.

Quando dissi ai miei genitori che lui si appostava sempre, tutti i giorni, tutto il giorno sotto casa, la loro risposta fu: “Per forza, sei sempre fuori! Gli passi davanti coi capelli sciolti e i pantaloncini corti. È colpa tua se lui viene qui”.

Premetto che era estate e non andavo in giro nuda. I pantaloncini mi arrivano sotto il ginocchio.

Per colpa di questo schifoso, io fui obbligata ad indossare abiti invernali per evitare i suoi sguardi. Inevitabilmente ingrassai di 10 chili.

Tutte queste privazioni, queste sottomissioni e queste angherie, mi portarono ad uno stato di depressione profonda a soli 19 anni.

Anche a scuola era un incubo. Non parlavo con nessuno e non mi tenevo curata, perché “guai” a truccarsi e rendersi carine.

Il primo tentativo di suicidio lo ebbi 11 anni. Poi a 15 e infine a 19.

Ogni giorno, penso se sia giusto continuare a vivere o se è più giusto farla finita.

Ora non mi picchiano più. Ma comunque mi offendano, mi denigrano, mi trattano male, mi privano di tutto, mi parlano male alle spalle.

Vado ogni settimana allo sportello delle donne per sfogarmi. Mi hanno detto che il mio è un percorso lungo e difficile ma che se mi impegno, posso farcela.

Se non me ne sono andata di casa è solo perché non ho un lavoro. E a parte il fatto di come è messa l’Italia, io con i miei attacchi d’ansia e bassa autostima, faccio fatica anche solo a pensare, al modo in cui mi potrebbero trattare sul luogo di lavoro.

Infatti, da un mio precedente lavoro, non ho accettato il rinnovo, perché venivo maltrattata in quanto donna.

Provai a cercare lavoro all’estero. I miei genitori, ovviamente, sogghignarono sapendo che non ce l’avrei mai fatta. Ho creduto alle loro parole e dopo due settimane sono tornata, con la coda tra le gambe. L’unico aspetto positivo è stato l’allontanamento da loro.

Anche qui, non mancarono ingiurie e cattiverie. Ma credo che la peggiore, fu la frase di mia madre, invidiosa del fatto che scegliessi di vivere come volevo, che stavo per fare il mio primo viaggio all’estero e che prendessi l’aereo. Mi guardò con disprezzo e disse: ” Spero che l’aereo cada e che moriate tutti”.

Chiedo aiuto a chiunque, possa aiutarmi ad uscire da questo incubo.

Grazie”

Chiedo a chiunque abbia la possibilità di dare un lavoro a questa ragazza di farsi avanti.

Anche se qualcuno potesse darle ospitalità, per qualche tempo, per darle un ambiente sano dove possa finalmente trovare il supporto e l’amore che merita. 

Un appoggio emotivo da parte di un/a psicologo/a.

Un piccolo contributo economico per darle dei mezzi di sussistenza, finché non riesca a trovare la sua strada.

Storie come queste, purtroppo, ce ne sono tante. Donne a cui vengono distrutte le speranze a causa di famiglie incapaci di fare il loro dovere, per ignoranza, cattiveria, o altro.

Lei ha avuto il coraggio di chiedere aiuto, aiutiamola.

Condividete il più possibile, affinché chi ha la possibilità di fare qualcosa per lei, si faccia avanti.

Unite si può!

#Ihaveavoice

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